La struttura microscopica del fegato: una meraviglia della natura

Se è vero come è vero che ogni organo del nostro corpo ha un ché di stupefacente in relazione alla sua struttura e alla sua funzione, il fegato ne è davvero la prova per il suo fascino architettonico e per le sue tantissime attività funzionali che risultano essere vitali ed insostituibili.

Solo un accenno a due delle principali funzioni del fegato: una è la sua capacità detossicante, cioè la capacità di eliminare sostanze tossiche con cui l’epatocita potrebbe venire in contatto. Tale attività, espletata anche verso i farmaci, si realizza attraverso complessi meccanismi di coniugazione; inerente a tale attività è il cosiddetto "effetto di primo passaggio epatico" che, se di interesse per qualcuno, potremmo poi analizzare.

L’altra è la capacità sintetica cioè quella di produrre strutture proteiche, glicoproteiche o di altro tipo, che intervengono in molteplici e specifiche funzioni vitali. Ne siano solo da esempio la produzione di albumina, una piccola proteina del sangue che espletando una funzione oncotica (osmotica) nei vasi sanguigni impedisce il ristagno di acqua nei tessuti periferici e la produzione della maggior parte dei fattori della coagulazione che, notoriamente, garantiscono un’adeguata emostasi in occasione di eventuali ferite.

In questo articolo mi soffermerò principalmente a descrivere la struttura microscopica del fegato che è davvero unica ed incredibile. 

Come sempre è bene conoscere alcuni particolari che permettano una migliore interpretazione di quanto si andrà a descrivere:

  • In molti organi è possibile identificare una unità funzionale che, microscopicamente, rappresenta l’elemento cardine nella funzionalità di quel tessuto.
  • Analogamente al nefrone per il rene, l’unità funzionale del fegato è il “lobulo epatico” che racchiude in sé una struttura impressionante sia architettonicamente che funzionalmente.
  • Ogni tessuto è costituito da cellule che per sopravvivere hanno necessità di un adeguato apporto di nutrienti rappresentati soprattutto dall’ossigeno, dal glucosio e dalle proteine. Tali indispensabili sostanze debbono essere loro fornite da un adeguato apporto di sangue arterioso.
  • Molti tessuti, fegato in primis, sono capaci di produrre sostanze indispensabili allo svolgimento di determinate funzioni vitali. Una volta prodotte, queste sostanze debbono poi arrivare in circolo per poter effettivamente espletare nell’organismo le specifiche funzioni per le quali sono state prodotte.

Cerchiamo ora di focalizzare l’attenzione sul lobulo epatico considerando innanzitutto la sua struttura microscopica e la sua tridimensionalità.

Se considerassimo il lobulo epatico come un’organizzazione a due dimensioni, avremmo modo di vedere una perfetta struttura geometrica, pentagonale o esagonale, in cui sarebbe possibile riconoscere un nucleo centrale rappresentato dalla vena centro lobulare. Da questa, a raggiera, si dipartirebbero una serie di file di epatociti (la cellula principale del fegato) che raggiungerebbero il bordo esterno del lobulo, limitato da una sorta di capsula, il setto interlobulare, che lo separa dagli altri lobuli circostanti (v. foto).

Sempre nella ipotetica struttura bidimensionale, le file di epatociti apparirebbero raccolte in coppie, limitate lateralmente da un vaso sanguigno "il sinusoide epatico ramo della vena porta" e, tra di loro, da un piccolo canale detto "dotto biliare" capace di raccogliere la bile che è appunto secreta dalle cellule del fegato. Questa sostanza, la bile, raggiungerà poi il duodeno per espletare un’importante funzione nella digestione dei grassi alimentari.

Il ramo della vena porta di cui sopra, è generato dalla progressiva ramificazione all’interno del fegato di una grande vena, appunto la vena porta, che è predisposta al drenaggio dell’intestino e che quindi è in grado di far confluire nel fegato ogni sostanza assorbita.

Saranno così proprio gli epatociti ad espletare un’attenta funzione detossicante su sostanze dannose eventualmente ingerite.

All’estremità opposta, i rami intralobulari della vena porta confluiscono nella vena centro lobulare che, come gli affluenti di un ipotetico fiume, andranno a costituire le vene sovra epatiche che, a loro volta, si getteranno nella vena cava inferiore prima che la stessa sbocchi nell’atrio destro del cuore.

Ma questa visione bidimensionale del lobulo epatico, seppur già apparentemente molto articolata, non consentirebbe di garantire all’epatocita un adeguato apporto nutrizionale. Quest’ulteriore apparente complicazione verrà egregiamente risolta dalla tridimensionalità del lobulo epatico che adesso andremo a considerare come una sorta di sfera sfaccettata.

 

Allora sarà più facilmente intuibile come ciascuna cellula epatica possa essere, allo stesso tempo, messa a contatto con un vaso arterioso che garantisca il suo nutrimento, con un vaso venoso portale proveniente dell’intestino per garantire l’effetto detossicante epatico e con un dotto biliare che possa assicurare la sua funzione biligenetica. La bile così prodotta potrà raggiungere il duodeno ed espletare al meglio la sua funzione digestiva.

Naturalmente il lobulo epatico è solo l’unità funzionale del fegato che è invece costituito da un enorme numero di tali strutture microscopiche che, nel loro insieme, generano la classica forma macroscopica plurilobata e la sua importanza vitale.

Un ultimo aspetto descrittivo del lobulo epatico è il riconoscimento degli "spazi portali" ubicati in corrispondenza degli apici delle descritte strutture geometriche lobulari; in ciascuno di essi è presente la cosiddetta triade portale costituita dalla confluenza dei tre vasi intralobulari derivati dalla vena porta, dall’arteria epatica e dai dotti biliari. Nel vaso arterioso ed in quello portale l’andamento del flusso è centripeto mentre nei dotti biliari il flusso sarà centrifugo rispetto allo stesso lobulo.

Ancora, sarà bene fare altre due considerazioni: una riguarda la funzione immunologica del fegato mediata dalle cellule linforeticolari e dalle cellule di Kupffer che sono presenti negli spazi tra gli epatociti. L’altra è di come alcune patologie siano in grado di sovvertire strutturalmente il lobulo epatico facendo perdere all’intero organo gran parte della sua capacità funzionale. È il caso di alcune epatiti e, soprattutto, della famigerata cirrosi epatica.

Allora, per concludere con un input alla prevenzione, sarebbe opportuno un idoneo comportamento per mantenere quest’organo in perfetta forma, sia riducendo il rischio di contrarre patologie virali (epatite B e C) capaci di danneggiarlo irrimediabilmente, sia evitando insulti alimentari che potrebbero determinare l’accumulo di grassi nel suo interno e generare steatosi a sua volta causa di progressiva perdita delle sue funzionalità.

 

 

Dr. Mauro Marchetti 

Specialista in Medicina Interna

 

 


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