L’infezione batterica e quella virale: differenze sostanziali

Definita la differenza tra infiammazione ed infezione analizzata in un precedente articolo, è necessario ora porre l’attenzione sulla patologia infettiva determinata dai batteri rispetto a quella dovuta ai virus.

Entrambi possono raggiungere l’organismo umano provenendo dall’esterno ma la tipologia dell’infezione è nettamente differente nell’un caso rispetto all’altro e la prima grossa differenza da fare è relativa alla struttura dei due agenti patogeni.

Infatti, mentre i batteri sono microrganismi unicellulari in cui è possibile riconoscere, seppur con qualche differenza, gran parte delle strutture tipiche di qualsiasi altra cellula, i virus sono costituiti soltanto da una catena, più o meno complessa, di DNA o di RNA. Senza entrare nei dettagli strutturali di queste catene di acidi nucleici, ricordo solo come essi siano strutturati in forma elicoidale e trasportino, tra l’altro, le informazioni genetiche necessarie alla loro replicazione.

Naturalmente, anche i batteri contengono le loro informazioni genetiche in una catena di DNA ma, a differenza delle cellule dell’organismo in cui più catene sono raccolte sotto forma di cromosomi in una piccola struttura immersa nel citoplasma conosciuta come "nucleo", nei batteri l’unica catena nucleotidica è libera nel citoplasma. Analogamente alla cellula normale, tuttavia, anche quella virale è provvista di una serie di altri organuli fondamentali per la sua riproduzione.

Sarà allora necessario rivedere, seppur sinteticamente, la struttura cellulare nei suoi costituenti:

l’involucro esterno è la membrana cellulare; questa racchiude il cosiddetto citoplasma che è una sorta di materiale gelatinoso in cui sono immersi una miriade di minuscole formazioni corpuscolari tra cui il nucleo nel cui interno è possibile ritrovare i famosi cromosomi che, a loro volta, sono costituiti dalle catene di acidi nucleici delatori dei caratteri genetici. Ma innumerevoli sono gli altri piccoli corpuscoli immersi nel citoplasma cellulare ognuno dei quali espleta una precisa funzione. Al di là della complessità del reticolo endoplasmico liscio e granulare o dei microsomi, una struttura è meritevole di una particolare attenzione perché deputata alla produzione di energia necessaria per la vitalità della cellula: questa struttura è il mitocondrio, di forma allungata, con struttura interna tipicamente sinusoidale, presente in numerose unità all’interno della singola cellula.

Ebbene, tutte queste strutture intra cellulari, in parte ritrovabili anche nei batteri, consentono la loro replicazione autonoma dentro e fuori l’organismo che eventualmente li ospita. La loro replicazione potrebbe essere condizionata unicamente dalla presenza di un efficiente sistema immunitario dell’ospite, dalla temperatura a cui sono esposti o, in taluni casi, la loro sopravvivenza potrebbe essere ostacolata da agenti chimici che, con vario meccanismo, ne inibiscono la riproduzione: trattasi ovviamente degli antibiotici.

Quindi, nel batterio sono riconoscibili, con piccole e non sostanziali differenze, gran parte delle formazioni tipiche di qualsiasi altra cellula: è perciò un vero e proprio microrganismo vivente e possiede tutte le strutture idonee alla sua replicazione. Entrato in un organo o in un tessuto, se non contrastato dal sistema immunitario dell’ospite o dalla presenza di antibiotici somministrati per combatterlo, potrà replicarsi inducendo il processo infettivo. La sua replicazione avverrà autonomamente e, tutt’al più, potrà utilizzare le disponibilità proteiche o energetiche messe a disposizione dal circolo sanguigno.

Completamente differente è la possibilità di replicazione dei virus.

Come inizialmente detto, al contrario dei batteri, i virus sono strutturati in un’unica catena di nucleotidi a tipo DNA o RNA a seconda della tipologia del virus. Questa catena ha in sé tutte le informazioni necessarie alla riproduzione ma non ha a disposizione gli strumenti per portarla a termine. Pertanto, i virus debbono necessariamente penetrare all’interno di una cellula ospite ed utilizzare le sue strutture per potersi moltiplicare ed aggredire l’individuo. La loro catena di DNA o di RNA deve necessariamente integrarsi con quella della cellula colonizzata per sfruttarne i meccanismi indispensabili alla replicazione: uno per tutti l’RNA messaggero (RNAm).

Da qui nascono una serie di considerazioni:

  • La possibilità che la commistione della catena nucleotidica virale, integrata nel genoma cellulare, possa essere da questo modificata e generare delle varianti del virus.
  • La mancanza di risposta agli antibiotici in quanto questi aggrediscono la struttura cellulare batterica che non esiste nei virus.
  • La necessità che il sistema immunologico dell’ospite sia particolarmente efficiente perché rappresenta l’unica barriera di difesa contro i virus.
  • La necessità di mettere a punto molecole antivirali capaci di interferire con la struttura del virus ed altre capaci di migliorare l’efficienza del sistema immune.
  • Per comprendere quanto sia possibile il contagio sarà particolarmente importante valutare l’entità della carica virale, il tempo di esposizione alla stessa e l’efficienza del sistema immunitario dell’organismo che viene a contatto con il virus.
  • Il sistema immune potrà avere un’efficienza variabile sulla gestione dell’infezione anche in relazione a situazioni contingenti come il suo impegno a combattere un altro agente patogeno, un particolare stato psicofisico inibente o, talora, per effetto iatrogeno come il contemporaneo uso di cortisonici e/o di immunosoppressori.
  • Da sottolineare anche come differente sarà l’alterazione della formula leucocitaria riscontrata nell’emocromo: neutrofilia e linfocitosi rispettivamente nella infezione batterica e virale.

Il numero dei virus presenti in natura è praticamente infinito e, considerato il fatto che ciascuno di essi possa modificarsi entrando nel genoma cellulare della cellula ospite, è possibile che replicandosi ripetutamente possano dar origine, oltre che a varianti analoghe al virus di partenza, anche a catene di RNA o DNA con caratteristiche talmente differenti dall’originale da poter essere considerati come “nuovi virus”. Tralasciamo la possibilità che, per motivi di ricerca scientifica più o meno condivisibili, possano anche essere “costruite” nuove catene di acidi nucleici assimilabili ai virus e capaci di aggredire l’organismo umano.

Dei virus presenti in natura da decenni, ormai abbondantemente studiati, conosciamo un po’ tutto e quasi sempre sappiamo come intervenire sia in ambito preventivo che nella gestione delle patologie da essi determinate.

Viceversa, per quelli appena identificati o per quelli di nuova insorgenza andranno determinate alcune caratteristiche come l’eventuale particolare tropismo (la capacità di aggredire) per un determinato organo o tessuto, la severità della patologia che sono in grado di generare, la possibilità di essere efficacemente contrastati dalle difese immunologiche dell’individuo, la possibilità o meno di suscitare una adeguata memoria immunologica, ecc.

In ogni caso queste caratteristiche debbono essere inizialmente osservate e valutate molto attentamente dai Medici che intervengono nel trattare i pazienti colpiti: sarà necessario rendersi conto dei sintomi e della loro gravità gestendo innanzitutto gli stessi con terapie sintomatiche. Sarà poi necessario valutare i rilievi istologici, citologici e/o anatomo patologici dei danni tessutali da essi prodotti, percepirne le cause dirette o indirette, le conseguenze per l’individuo e le modalità d’azione del virus sugli organi bersaglio.

Sarà necessario capire se il danno riportato è reversibile o irreversibile, la presenza o meno di evolutività della lesione prodotta dall’infezione, le modalità di diffusione del virus (per via aerogena, per via oro fecale, per via ematogena, o altro), la possibilità che lo stesso soggetto possa essere reinfettato o, al contrario, l’acquisizione di un’immunità permanente.

Queste e numerose altre caratteristiche del virus e dell’infezione da lui indotta dovranno essere analizzate da Ricercatori nelle diverse branche (medici, biologi, statistici) che, attraverso prolungate osservazioni su grossi numeri, dovranno acquisire dati certi anche di tipo epidemiologico per contenere ed eventualmente eliminare la diffusione della patologia.

Da ricordare sempre e comunque che le caratteristiche di difesa e soprattutto di conservazione della memoria immunologica possiamo valutarle solo nel tempo ed alla luce di attenti studi osservazionali, clinici ed epidemiologici.

Le modalità di prevenzione del contagio nonché le terapie proposte dovranno partire da concetti generali e, ove possibile, messe a punto in relazione ai dati acquisiti nel tempo. Utilissime saranno le idee di ciascun medico pratico che dovrà essere disponibile al confronto ed alla discussione con i Colleghi analogamente impegnati in prima fila alla gestione di quella determinata patologia. Ma di tutto ciò è superfluo parlare in quanto, almeno fino a qualche anno fa, era considerato come la logica evoluzione del pensiero medico.

Quel che è certo è che è assolutamente indispensabile non strumentalizzare questo tipo di processi per motivazioni che distano anni luce della biologia e dalla medicina!

 

 

Dr. Mauro Marchetti 

Specialista in Medicina Interna

 

 


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