La confusione dei ruoli è la prerogativa di questo periodo storico

In numerosi campi del vivere quotidiano, è oggi diventata la norma confondere i ruoli dei professionisti e, molto spesso, anche degli operatori in mestieri di qualsivoglia genere: vengono date loro mansioni non coincidenti con la preparazione a loro impartita durante gli anni di formazione. 

Nella sanità in particolare, gli infermieri e i farmacisti che fanno i medici ed i medici che fanno gli infermieri è diventata quasi la regola! Recente ed entusiastica è stata la notizia della volontà di istituire l’infermiere di famiglia che finirà, in ultima analisi, per sostituire il medico di medicina generale. Nei link sottostanti la documentazione in proposito.

https://www.ilgazzettino.it/italia/primopiano/infermiere_di_famiglia_chi_e_come_funziona_a_chi_servizio-7645692.html

https://www.doctor33.it/articolo/57519/linfermiere-di-famiglia-fa-il-medico-i-mmg-non-ci-stanno-laccusa-di-fimmg-a-ferrara

A casa del paziente l’ambulanza arriva senza medico: questo equivale a dire lasciare all'infermiere la responsabilità di decidere se ricoverare o meno il paziente; al contrario, in continuità assistenziale troppo spesso il medico viene “comandato dalla centrale operativa su specifica ed autoritaria richiesta del paziente” a recarsi a domicilio dello stesso con l’onere di prescrivere o di somministrare farmaci per via iniettiva!

Lasciare che il farmacista si occupi di eseguire accertamenti clinici come esami del sangue, elettrocardiogrammi, spirometrie, Holter cardiaci o monitoraggi pressori vuol dire lasciare che un operatore sanitario non abilitato metta le mani sul paziente e si occupi di tranquillizzarlo o di allertarlo interpretando i risultati di accertamenti inviati ad un medico distante non si sa quanti chilometri e freddamente refertati senza avere l’opportunità di vedere o di colloquiare con il paziente in questione. A mio modesto avviso, tutto ciò è folle ed in altre epoche avrebbe dato l’avvio ad una procedura d’accusa per abuso di professione sanitaria.

Al contrario si assiste oggi all’entusiastico plauso di queste categorie per l’opera che vanno svolgendo; vero sì che riducono i tempi d’attesa per certe prestazioni ma lo fanno senza possedere né un'adeguata esperienza né una sufficiente preparazione clinica per poter emettere giudizi o per dare consigli; spesso i cittadini, ignari di tali inadeguatezze, si rivolgono a loro ipotizzandone una reale capacità gestionale e decisionale.

Non è sufficiente a giustificare questi operati con la difficoltà di reperire medici: questa è una problematica attuale legata all'incuria e all'incapacità di programmazione della politica territoriale a cui bisogna porre rimedio senza trovare inadeguate scorciatoie.

È necessario anche porre rimedio ad una sempre più ridotta capacità clinica dei medici delle nuove generazioni abituati a procedere a diagnostiche differenziali e ad impostare terapie attraverso protocolli operativi che minano la capacità di ragionamento del professionista; questo sempre più spesso si affida ad accertamenti strumentali per escludere o confermare una possibile diagnosi e ciò, al di là dei costi che spesso vengono amplificati e che non sono certamente trascurabili, possono produrre effetti collaterali a medio o a lungo termine al paziente a cui vengono propinati.

È più economico e meno dannoso l'esame obiettivo del torace rispetto ad una TAC con mezzo di contrasto che va riservata ai casi in cui il giudizio clinico orienta con grande probabilità verso la presenza di una patologia clinica molto sospetta per la quale la certezza diagnostica è fondamentale per intraprendere una idonea terapia farmacologica o chirurgica.

La spesa sanitaria non si riduce attraverso scelte politiche ma attraverso la preparazione dei professionisti che debbono tornare a considerare la clinica medica, l’esame obiettivo, la percezione dei propri sensi e del proprio intuito come elemento essenziale e fondamentale nel primo step diagnostico.

Ebbene, se già non è facile formare clinicamente un medico che dovrebbe avere alle spalle un lungo iter di studi specifici soprattutto nella teoria semeiologica, figuriamoci quanto potrebbe essere difficile, direi quasi impossibile, dare ad operatori sanitari con un breve curriculum clinico, una simile sensibilità nel controllo di parametri clinici quanto mai sfumati e spesso solo intuibili.

Spero che nei prossimi anni questi concetti arrivino finalmente a chi di dovere affinché la politica sanitaria miri alla rivalutazione della semeiotica che immagino sia rimasta nel dimenticatoio di troppi blasonati colleghi.

 

Dr. Mauro Marchetti 

Specialista in Medicina Interna

 


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